PIZ BOE'

di Claudio Prà

                                                                                                       

Alle 13.40 muoviamo i primi  dal Pordoi, 2239 metri. Spesso questa quota è la meta delle nostre escursioni, stavolta e quella di partenza. Fedeli alla missione, stavolta io ed Eva abbiamo scelto di superare i tremila metri. Si va sul Piz Boè. L’adrenalina è alle stelle.

La prima parte del percorso si svolge lungo un canalone prima largo e poi sempre più stretto, che si snoda quasi sotto la funivia del Sass Pordoi. Metà canalone presenta pendenze importanti, l’altra metà è ancora più impegnative e verso la fine la neve è ghiacciata. Naturalmente ai piedi le racchette da neve che ci aiutano nella neve molle e grazie a dei chiodi ci fanno superare anche il ghiaccio.

Si prende quota velocemente e in un ora e venti siamo alla Forcella Pordoi a 2822 metri, un posto all’ombra dove tira un vento cane che unito al freddo ci congela in un attimo. Da lì scorgiamo a destra il Piz Boè, una cima a forma di panettone, la maggiore del gruppo del Sella.

Proviamo a capire dove si salirà una volta giunti sotto la montagna e dopo un po’ Evy nota dei paletti che segnano il percorso. Si va su dritti per la roccia. Da lontano fa impressione, magari da vicino sarà diverso..almeno speriamo.

Nostra intenzione è scendere dopo il tramonto ma se è pericoloso oltre misura non sarà possibile.  Tra l’altro se anche lassù tira questo vento e fa questo freddo non resisteremo certo molto e si dovrà scendere quasi subito.

Ci rimettiamo in moto togliendoci le racchette da neve. Una ragazza con gli sci da alpinismo ci saluta. Ci vorrà credo un'altra ora e mezza per arrivare in cima.

Appena più in là della forcella il vento cessa e con esso il gran freddo. Più su ritroviamo il Sole e le cose vanno decisamente meglio. L’avvicinamento all’ultima parte, quella che ci farà salire lungo la roccia, non comporta difficoltà. Un ora e siamo all’inizio dell’ultimo pezzo.

Comincio la salita mentre Eva domanda se non è il caso di ramponarci. Le rispondo che intanto iniziamo a salire poi si vedrà. Mi bastano cinque metri per cambiare idea. La neve è ghiacciata e si scivola alla grande. Torno indietro e ci mettiamo i ramponi.

La salita ora è un'altra cosa. C’è un cordino che ogni tanto spunta dalla neve con cui aiutarsi ma si sale senza tanti problemi anche senza. A quota tremila avverto Eva. Non si supera quel altezza tutti i giorni.

L’ ascesa prosegue senza intoppi. Il fiato è un po’ pesante credo causa l’altitudine. La cima si avvicina. Alla fine , compiendo un aggiramento, eccoci ai 3152 metri del Piz Boè. In pratica non c’è montagna che ci superi a parte la Marmolada proprio di fronte. Vedere tutte le montagne più basse o allo stesso nostro livello fa impressione. Lo sguardo può spaziare in pratica ovunque.

Non ci pare faccia molto freddo ma un termometro sul posto segna –15. Il solito thè caldo ci riscalda  poi solo sguardi sull’ imponente panorama. Mamma mia che roba!

Al tramonto del Sole, le nuvole lì vicine si colorano dapprima di un giallo aranciato che diviene poi rosso chiaro e poi sempre più scuro. Fantastico!  La Luna a un quarto è sopra di noi. Vicinissimo si scorge un puntino rossastro, Marte. La Marmolada è circondata da una tinta rosacea bellissima. Le foto si sprecano ma ogni volta che devo togliere il guanto per scattare rischio il congelamento. E’ un copione che si ripete spesso. Solo una cosa rovina quel luogo. Una mega antenna per la telefonia. Peccato.

Alle 18.10 decidiamo di scendere. Dopo qualche minuto di smarrimento ritroviamo la pista giusta ed eccoci calare sicuri con i paletti che ci indicano la via. Hanno una striscia riflettente e ciò ci avvantaggia non poco. Sembrano messi proprio per noi. Ai piedi i ramponi naturalmente.

Nessun problema a raggiungere la base della montagna. Poi camminiamo verso la forcella dove ci fermiamo per ammirare il flare di un satellite Iridium vicinissimo alla cintura di Orione e per ridisegnare con lo sguardo il percorso che ci ha portati alla cima illuminata a giorno dalla Luna.

In seguito cominciamo la discesa del canalone che ci porterà al passo. Perdiamo la pista verso metà, ma raggiungiamo lo stesso la meta pur perdendo un po’ di tempo anche a causa del continuo sprofondare nella neve. A un certo punto dobbiamo rimetterci le racchette perché è davvero faticoso e snervante il continuo andare giù di parecchi centimetri.

Tre ore per andare e tre per tornare. Sicuramente non dimenticheremo questa escursione invernale in notturna a oltre 3.000 metri, da dove pare di toccare le stelle con un dito.