di Claudio Prà
Malga Laste, un escursione
ritenuta poco impegnativa rispetto a quelle effettuate finora. A renderla però
più difficoltosa ci pensa un fortissimo vento. Del resto abbiamo scelto questa
destinazione proprio per le condizioni meteo non ideali che ci hanno
sconsigliato altre mete magari più suggestive ma oggi troppo insidiose. In
mattinata una bufera di neve ha imperversato in quota. Nel tardo pomeriggio, ora
della nostra partenza, il cielo è quasi completamente sgombro da nubi ma è
appunto il vento a farla da padrone, unito a un freddo incredibile, accentuato
proprio dal vento.
Io ed Eva, partiti da Ronch di Laste, siamo giunti a destinazione in un oretta e
mezza. Solo l’ultimo pendio, spazzato da raffiche fortissime che ci hanno messo
in difficoltà, ha proposto pendenze significative. Tra l’altro avremmo forse
potuto evitarlo aggirandolo e salendo più in là, ma la non buona conoscenza
della zona ci ha fatto scegliere la strada che ci sembrava più breve.

Dopo aver girato invano, sballottati dal fortissimo vento, nei dintorni della
malga per aprirci il panorama a ovest (la Marmolada proprio in quella direzione
a due passi è un muro invalicabile) e poter così ammirare i colori del cielo al
tramonto là dove il Sole va a morire, abbiamo trovato riparo nella stalla per il
consueto rituale del thè caldo. Ora eccoci con le pile frontali in discesa dal
pendio sulla via del ritorno.
Un secco crack, come qualcosa che si spezza e la neve che scivola via da sotto i
piedi. In un attimo sono a terra trascinato giù da un torrente bianco. Dopo
qualche attimo di sorpresa e incredulità non faccio fatica a capire di essere
nel mezzo di una valanga. Lotto con la massa bianca disperatamente per stare a
galla ma in breve comincio ad essere sommerso. Non c’è nemmeno il tempo o lo
spazio per avere paura, anzi, ho la lucidità di pensare <Una volta finito sotto
dovrò riemergere il più in fretta possibile per respirare>.
Improvvisamente, come se qualcuno avesse azionato un freno, la corsa si ferma.
In un istante mi libero della neve e sono in piedi guardando dietro me; Eva è
una quindicina di metri più sopra, ferma immobile. Tutto attorno pezzi di neve
crostata, quelli che ci hanno travolti. Eva mi raggiunge e ci guardiamo negli
occhi; i suoi sono terrorizzati, i miei forse più stupiti dell’accaduto anche se
ora le gambe mi tremano e ho i battiti accelerati, segno della consapevolezza
dell’accaduto e della paura per il rischio corso. Un abbraccio e gli inevitabili
commenti. Eva non è stata sommersa. Probabilmente, essendo un po’ distanziati
con lei più a monte, le è arrivata addosso meno neve.
Dando un occhiata in alto notiamo dove si è staccata la valanga: avrà un fronte
di una ventina-trentina di metri e siamo scivolati giù per una cinquantina.
Tutto sarà durato una trentina di secondi ma non ne sono sicuro. Si è staccata
la crosta superficiale di parte del pendio che scendendo si è frantumata in
tanti pezzi. Più sopra il punto del distacco il pendio è ancora ripido: per
fortuna non si è staccato tutto altrimenti sarebbe stata più dura uscirne bene.
Ora bisogna scendere fino alle baite dove raggiungeremo la stradina battuta. Ma
non siamo neanche a metà pendio e dopo quel che ci è successo non ci sentiamo
affatto sicuri. Ci distanziamo prudentemente e scendiamo con molta arrivando a
destinazione senza che altro accada.
Nel giorno in cui avevamo scelto l’itinerario che credevamo privo di pericoli,
avevamo definito l’escursione una passeggiata, ci è capitato l’incidente più
serio di tutto l’inverno. Una lezione di cui fare tesoro.
Domenica però si riparte. Bisogna superare il trauma subito per non doverne
risentire troppo e magari farsi sopraffare dalla paura rinunciando alle nostre
uscite in compagnia di montagne e stelle. Questo il nostro imperativo. Il sogno
continua…