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CLIMBERS OF THE SKY



Web Master:

Andrea De Nardin

andrasy94@gmail.com

 

 

 

 

5 anni fra le stelle:


Premessa

Dopo cinque anni di intensa attività, ho deciso di raccontare la mia esperienza di astrofilo. Cinque anni: non sono molti ma neanche pochi. Sicuramente non è mia intenzione mettermi a dare lezioni. Voglio invece trasmettere le emozioni che questa splendida attività mi ha dato, non tralasciando le difficoltà incontrate. Il mio è magari un racconto ingenuo, ma ho dovuto imparare da solo per mancanza di…maestri. Altri appassionati, dalle mie parti, non ne conosco. Quindi molte difficoltà che appaiono esagerate, partendo da zero e dovendo arrangiarsi non lo sono più. Dapprima ho letto molto e in seguito sono passato alla pratica. Mio obiettivo è cercare di comunicare in modo semplice e di attrarre magari qualcuno. Il linguaggio semplice è importante perché secondo me, sentendo parlare astrofili esperti, il curioso non viene certo invogliato a praticare questo hobby. I termini non sono facilmente comprensibili e ti danno un senso, oltre che di fascino magari perché si usano parole inglesi, di estrema complicatezza. Quindi sembra un’attività troppo difficile da svolgere e appannaggio di chissà quali scienziati. Niente di più falso. Naturalmente c’è il facile e il difficile, ma un po’alla volta tutto sembrerà più abbordabile. Il cielo è fonte inesauribile di spunti. Per me è uno spettacolo impagabile ogni volta che volgo lo sguardo all’insù.  

 

Come si diventa astrofili?

Astrofilo: colui che per diletto osserva il cielo, con i suoi oggetti e fenomeni. Questo credo possa essere la definizione corretta. Ma come si diventa astrofili? Tutti più o meno lo sono quando tv e giornali annunciano qualche fenomeno spettacolare come un eclisse di Sole o di Luna o il passaggio di una cometa luminosa. Allora, anche chi solitamente non si interessa di astronomia, una occhiata magari fugace la “butta”. Naturalmente un’astrofilo vero e proprio è qualcosa in più. Allora, tornando alla domanda iniziale, come si diventa astrofili? Sicuramente ci sono più modi. Il più delle volte, come per molte cose, la passione è già annidata dentro e al primo “input” esce in modo naturale. L’”input” può essere una lettura o un documentario sull’argomento particolarmente interessante. Oppure un amico che ci trascina in questo mondo. Ancora: la visita a un planetario e chissà cos’altro ancora. I gradi di impegno sono ampiamente discrezionali e gli strumenti da usare vari. Ci si può accontentare dei propri occhi e di spicchi di tempo, riuscendo comunque a vedere qualcosa. Con l’ ausilio minimo di uno strumento come un piccolo binocolo si fa già un buon salto di qualità. Lo strumento principe, però, è naturalmente il telescopio con cui si intraprendono meravigliosi viaggi in mondi lontani e diversi dal nostro. Una cosa è comunque certa: il cielo non è immutabile come potrebbe sembrare e comunque di cose da vedere e studiare possiamo trovarne in gran quantità. Come possiamo renderci conto dell’immensità dell’universo e di che goccia nell’oceano sia il nostro pianeta. Non manca la poesia. Un astrofilo, ad esempio, può essere appagato dalla visione di un tramonto o della Via Lattea o ancora per poter ammirare Giove accanto alla Luna. Al cielo e le sue stelle sono poi  legate antichissime leggende, che ritroviamo nelle costellazioni. Credo però sia importante avere perlomeno un’idea di ciò che si osserva. Se guardo una stella rossastra mi può colpire il suo colore, ma se so che esso è dovuto all’evoluzione di quella stella che ha svuotato il serbatoio e si appresta a terminare la sua esistenza, forse le cose cambiano no?

 

I miei primi passi

La mia ”carriera” è cominciata all’improvviso, nella primavera del 1998, all’ età di 32 anni. Che mi appassionasse il tema, sia pur senza “coinvolgimento diretto”, era evidente già da bambino, con la visione entusiastica di film di fantascienza che raccontavano di ufo o di improbabili basi lunari a spasso per l’universo. Magari qualcuno dirà che astronomia e fantascienza sono due cose che non hanno niente a che vedere, ma io credo che qualche filo di unione possa esserci. Ricordo anche vagamente di aver ascoltato alla radio, quando ancora la televisione non era diffusissima, i servizi sulle missioni apollo, che destavano la mia attenzione. Più grandicello, ricordo le immagini al telegiornale delle sonde voyager alla scoperta dei pianeti esterni del sistema solare. Mi affascinavano in modo irresistibile. Ho sempre seguito poi con entusiasmo, trasmissioni dedicate all’astronomia. Insomma, gli “indizi” dell’ interesse per il cielo c’erano. Ci voleva però il famoso”input” giusto. L’uscita di un enciclopedia a fascicoli in cui collaborava Piero Angela, noto divulgatore, è stato il mio “input” giusto. Il fatto che già conoscessi lo stile di Angela, capace di spiegare le cose complicate in modo semplice ed efficace, mi convinse a provare. Comperai così i primi fascicoli. Al limite, se non mi fosse piaciuto, mi sarei fermato. Bastò il primo, e già ero astrofilo! L’enciclopedia trattava molti argomenti divisi per sezioni. Tra questi l’osservazione del cielo. Che si potessero vedere pianeti, galassie e altro a occhio nudo o con un binocolo fu per me una sorpresa. Leggendo di questi affascinanti oggetti celesti la voglia di osservarli fu straripante. Già, osservarli, ma dove? Il cielo è grande e orientarsi è un problema. Ci sono le costellazioni che fanno da riferimento dirà qualcuno. Provate però, digiuni di esperienza, a dare forma a queste figure celesti. Non hai il senso delle misure, né quello di orientamento. Per me tra l’altro, una ulteriore difficoltà (abitando in una valle di montagna) era l’orizzonte ostruito che spezzava in molti casi questi raggruppamenti di stelle. Non fu affatto facile. Ecco, io credo che molti potenziali astrofili fai da te, si perdano per strada proprio per le difficoltà iniziali che, se superate, sembrano poi banali, ma che banali non sono e hanno il potere di scoraggiarli. Fortunato chi sfrutta un amico già esperto o un associazione. Entrambe le cose non sono però così diffuse. Specialmente in centri piccoli. Apro una parentesi: ai divulgatori, se potessi, consiglierei di trattare con la giusta considerazione questo problema, non dando per scontato cose che scontate non sono. Il modo di comunicare con un neofita deve essere semplice, comprensibile facilmente. Chiusa parentesi. Ci sono costellazioni guida che, trovate, fanno da trampolino per trovarne altre. Con una cartina in mano ho passato ore e ore a scovare orsa maggiore e minore, leone, balena ecc. Qui apro un’altra parentesi: i telescopi computerizzati che ti puntano da soli l’obiettivo, saranno comodi, insostituibili in alcune occasioni, ma un astrofilo che trova un oggetto con le proprie mani e la propria conoscenza dei sentieri celesti avrà sempre una soddisfazione particolare e per me insostituibile. Conoscere bene il cielo resta fondamentale io credo, nel nostro hobby. Torniamo da dove avevo lasciato per divagare: dicevo appunto della difficoltà di imparare a riconoscere le costellazioni, un lavoro a volte snervante e poco ricco di soddisfazione, ma che farà poi da trampolino per il futuro. All’inizio è difficile, poi, individuate le prime e fatta un po’ di esperienza, tutto diventa più facile e finalmente si è capaci di andare alla ricerca delle meraviglie che il cielo raccoglie.

 

Le prime osservazioni

Per osservare il cielo, come dicevo qualche riga sopra, ci si può accontentare dei propri occhi. Saremo però limitati in ciò che possiamo vedere. Uno strumento come un semplice binocolo ci farà fare un bel salto di qualità, permettendoci l’osservazione di un buon numero di oggetti. Naturalmente esistono in commercio binocoli di tutti i prezzi, misure e qualità. Chi comincia ha però bisogno di capire se l’hobby che ha intrapreso sarà una passione duratura o se l’interesse per l’astronomia scemerà presto. Quindi è inutile spendere molti soldi per acquisti impegnativi che magari dopo poco tempo risulteranno buttati via. Io ho cominciato con un binocolo 10x50, (che arriva cioè a dieci ingrandimenti con obiettivi di cinque centimetri) trovato in soffitta e direi anche piuttosto scassato oltre che di qualità modesta. Mi sono autocostruito poi un treppiede traballante ma utile per poter appoggiare lo strumento e avere immagini più ferme. Ebbene, con questa semplice attrezzatura ho potuto compiere un gran numero di osservazioni interessanti. Anzi, a distanza di tempo le ricordo con piacere e nostalgia. Tuttora possiedo tra i miei strumenti un binocolo 10x50 che risulta molto utile in parecchie situazioni. Tra i primi oggetti deep-sky (dall’inglese cielo profondo che sta a significare pressappoco, obiettivi posti fuori dal sistema solare) osservati, ricordo le Pleiadi, la galassia di Andromeda e l’ammasso globulare m 13. Insomma gli oggetti da cui più o meno iniziano tutti. Naturalmente anche i pianeti rientravano nei miei interessi, anche se al binocolo da me posseduto non si discostavano molto dalle semplici stelle. Osservando Giove, visibile appunto come una grossa stella, potei però identificare anche le sue quattro lune principali che, ruotandogli intorno, cambiavano posizione di continuo. Lo spettacolo era quindi assicurato. Ricordo l’emozione della prima osservazione, in una serata dell’agosto 1998. Era il primo pianeta che identificavo. Luminosissimo e attorniato dalla sua corte di satelliti. Bellissimo!!! Saturno non mostrava certo gli anelli come al telescopio. Identificai invece  la sua luna più grande: Titano. Per marte e urano mi restò la soddisfazione di poterli riconoscere tra le stelle. Ricordo come identificai urano. Questo pianeta non è visibile a occhio nudo, o perlomeno è debolissimo e per trovarlo occorre pazienza, una cartina e naturalmente almeno un binocolo. Arrivai dove doveva trovarsi il pianeta con il metodo dello star hopping (saltare di stella in stella), cioè partire da una stella ben visibile a occhio nudo nei pressi dell’obiettivo e avvicinarsi a esso passando per altre stelle meno luminose fino a centrare il bersaglio. Disegnai la posizione di tutte le stelle che si trovavano in quel punto, perché, nonostante fossi abbastanza certo di quale fosse Urano, dovevo accertarmi di essere nel giusto. Siccome le stelle sono fisse mentre i pianeti si muovono, bisognava ricontrollare a distanza di qualche giorno quale di quei puntini luminosi si fosse appunto spostato. Con pazienza riosservai più volte e dovetti aspettare molti giorni. Questo perché sfortunatamente urano era in quel periodo stazionario, un momento che i pianeti visti da Terra attraversano nel loro peregrinare e quindi pareva fermo in cielo. Poi la luna in fase crescente mi fece sospendere la ricerca e un mese dopo circa, rimettendo occhio al mio fido e scassato binocolo notai che senz’altro uno dei punti da me segnati sul block notes si era mosso. Era Urano. Ecco cosa scrissi sulla mia agendina: <scoperto finalmente Urano!!! Si è mosso come previsto e quindi ho la conferma che è il lontano pianeta. La mia soddisfazione è enorme.> Lo “scoperto” era magari un po’ eccessivo, ma per me si trattava in qualche maniera proprio di una scoperta. Anche in questo caso, pur non disponendo che di un piccolo binocolo, ho potuto rintracciare un remoto pianeta e vederne lo spostamento. Non dettagli superficiali o chissà cosa ma solo un punto luminoso. Eppure ciò mi è bastato per emozionarmi e soddisfarmi. Con la stessa tecnica rintracciai Nettuno nel 1999. Vidi anche il mio primo asteroide, naturalmente il più grande e famoso nonché il primo ad essere scoperto duecento anni prima della mia osservazione: Cerere. Compii osservazioni sul Sole con la tecnica della proiezione. Puntai cioè il binocolo sulla nostra stella senza guardarci dentro e misi dietro ad esso un cartoncino bianco. Messa a fuoco l’immagine compariva un luminoso dischetto (il Sole) con al suo interno numerose macchie scure (le macchie solari), che, seguite per diversi giorni si spostavano sulla sua superficie. Oltre a osservare, “divoravo” testi sull’argomento come noccioline, acquisendo così conoscenze sempre più approfondite. Insomma, il 1998 fu un anno importante, impegnativo e intenso. La mia passione era davvero grande e ormai l’astronomia mi era entrata nella pelle.

 

Dal binocolo al telescopio

Verso la fine del 1998, mi convinsi a fare il “passo importante”. Comperare il mio primo telescopio. Il momento è certamente di quelli da ricordare. Ogni astrofilo “convinto” arriva prima o poi a questa fatidica decisione. Un telescopio ti apre davvero le porte del cielo ed è irrinunciabile per poter eseguire osservazioni di un certo rilievo. Se il binocolo ti permette il salto di qualità nei confronti dell’occhio nudo, il telescopio è l’ulteriore salto. Ci sono centomila testi e centomila consigli su che telescopio prendere per cominciare. In molti casi però, come il mio, alla fine non si hanno lo stesso le idee chiare. Solitamente per cominciare, viene consigliato uno strumento di apertura medio- piccola e quello più gettonato è il newtoniano o riflettore da 114 centimetri di diametro. Esistono diverse tipologie di strumenti, con diversi schemi ottici. Dai riflettori appunto, telescopi a specchio, ai rifrattori, telescopi a lenti divisi tra acromatici e apocromatici (costosissimi i secondi). Poi ci sono le vie di mezzo come ad esempio gli schmidt-cassegrain. Non bastasse bisogna scegliere il diametro. E poi cosa ci interessa osservare? Perché ad esempio per i pianeti, le stelle doppie e la luna i rifrattori sono i migliori, mentre per il deep-sky, con gli stessi soldi di un rifrattore medio-piccolo si può acquistare un riflettore dal diametro più grande e ciò è fondamentale per questo tipo di osservazioni. Più grande è l’obbiettivo più luce raccoglie. Già, però se il seeing (l’agitazione dell’aria) non è buono, una grande apertura non è certo di aiuto per osservazioni ad alta risoluzione. Gli schmidt-cassegrain sono invece universali non essendo però specializzati su nessun determinato campo. E poi la focale, e ancora il fattore di ostruzione e l’interesse o meno per la fotografia astronomica. Ultimo, ma non certo per importanza, il prezzo. Insomma, c’è davvero da perderci la testa. Dopo una fase di studio scelsi un rifrattore acromatico da 120 centimetri. Forse decisi così perché lessi che i rifrattori avevano meno problemi di collimazione, cioè di allineamento degli elementi ottici che con piccoli urti possono perdere questa prerogativa restituendo immagini scadenti. Naturalmente si potevano riallineare ma la procedura mi sembrò talmente complicata da spaventarmi. Inoltre non sapevo quando avrei potuto permettermi un altro acquisto e quindi optai per questo strumento discretamente grande per un neofita. Devo dire, a distanza di tempo, che scelsi bene. Il telescopio mi soddisfò pienamente. Sulla scelta del primo telescopio vorrei spendere ancora due parole. Probabilmente al momento dell’acquisto non si hanno ancora le idee chiare su cosa ci interessa maggiormente osservare, ma ci attira un po’tutto.  Il campo di applicazione è però molto importante nella scelta. Quindi è davvero fondamentale fare esperienza per poter capire verso cosa il nostro interesse ci spinge. Ergo: il primo telescopio avrà il compito di chiarirci le idee e di farci fare esperienza. Dopo qualche anno di attività saremo probabilmente in grado di scegliere con cognizione di causa. Io ad esempio, dopo il rifrattore sono passato a uno schmidt-cassegrain da 20 centimetri. Questo perché mi interessava un apertura maggiore per migliorare sugli oggetti del cielo profondo non rinunciando ai pianeti, dove però il miglioramento era dubbio. Avrei raggiunto la quattordicesima magnitudine potendo osservare oggetti verso cui il telescopio precedente non era in grado di spingersi e di vederne altri in maniera  molto migliore. Non ultimo, avrei potuto tentare di vedere Plutone, l’unico pianeta che mi mancava. Tra l’altro, il rifrattore lo avrei tenuto utilizzando ora l’uno ora. Credevo che questo secondo strumento fosse quello definitivo, invece, dopo pochi anni, eccomi a valutare di comperare un dobsoniano di grande apertura (30 centimetri). Mi sono infatti accorto che il mio interesse prevalente, pur continuandomi a piacere anche altre cose, è rivolto all’osservazione visuale del cielo profondo e delle comete. Essendo il dobsoniano (telescopio riflettore su montatura altazimutale molto spartana da muovere manualmente e di qualità ottica solitamente non eccelsa ma valida per i campi che mi interessano) l’unico strumento che a una grande apertura abbina un prezzo accessibile, ecco che tutto si definisce chiaramente. In questo caso sarà davvero un “mio” acquisto, dettato dall’esperienza di cinque anni passati sul campo.

 

Passo indietro: ordinai quindi il mio primo telescopio. Era appena sotto natale. Mi arrivò poco tempo dopo e un pomeriggio mi misi a montarlo. Non avendo mai avuto a che fare con questo tipo di strumenti, ci misi un po’. La montatura equatoriale mi mise in difficoltà, ma alla fine l’opera si compì. Credo l’innagurai osservando Giove. Ora il gigante del sistema solare non era più solo una stella molto luminosa, bensì un disco piuttosto grande in cui si distinguevano bene due bande trasversali scure. Saturno si mostrava in tutto il suo splendore, con gli anelli piuttosto aperti e la sua corte di lune più luminose. Le galassie diventavano visibili a decine, come tutti gli altri oggetti che con il binocolo erano irraggiungibili. Mi accorsi che i due oculari associati al telescopio non bastavano e la dotazione cominciò ad aumentare con nuovi acquisti. Tra l’altro anche nella scelta degli oculari, da principiante, non è certo facile destreggiarsi. Uno dopo l’altro trovavo gli oggetti Messier, oggetti  tra i più facili e da cui tutti credo comincino. Come in una raccolta di figurine, cercavo di completare la collezione. Nella primavera del 1999 potei osservare Marte. Il pianete rosso non era certo in una delle sue più favorevoli opposizioni. Piccolo e abbastanza basso sull’orizzonte, tra vergine e bilancia. Ebbene, pur all’esordio con questo pianeta, riuscii a compiere ottime cose, distinguendo molti dettagli elusivi. L’osservazione di Marte non è molto agevole per gli esperti. Figurarsi per chi non lo ha mai osservato. I dettagli visibili al telescopio sono difficili da “staccare” dal rossastro uniforme. Eppure ci riuscii discretamente bene. I miei interessi erano quasi a 360 gradi. Pianeti, deep-sky, asteroidi, comete, Sole, stelle doppie e Luna. I primi quattro citati però, prevalevano nettamente. Stranamente la Luna non è quasi mai riuscita ad affascinarmi moltissimo come ad esempio i pianeti. Infatti non l’ho certo osservata molto spesso. Eppure i dettagli visibili sulla sua superficie, uniti alla relativa facilità di osservazione dovrebbero incoraggiare a scrutarla.

 

Indimenticabile nel 1999 fu l’eclissi totale di Sole che vidi da Monaco di Baviera. Dall’ Italia non si sarebbe vista totale ma, almeno per le mie zone, al 99%. Sembrerebbe un dettaglio ma solo per questo 1% le cose cambiano radicalmente. Infatti chi l’ha vista in Italia non è rimasto granché impressionato e anzi molti sono stati i delusi che hanno notato tutt’ al più un leggero abbassamento di luminosità. Partii alle 4 del mattino, coinvolgendo nella missione mia moglie, per poter essere a Monaco cinque ore dopo. Mi ero preparato alla perfezione sul fenomeno. Sapevo in dettaglio cosa sarebbe successo e a cosa prestare particolare attenzione. Fui fortunato perché c’erano parecchie nubi al mio arrivo, che minacciavano di rovinarmi l’evento. Durante le prime fasi dovetti anche rifugiarmi in macchina causa un acquazzone. Sarà perché quel giorno compivo gli anni (mi piace pensarla così) ma proprio per il momento clou il cielo si aprì regalandomi l’indimenticabile emozione della vista della “totalità”. Il buio poco dopo mezzogiorno, con un “Sole nero” circondato da una brillante corona. Indimenticabile!!! Un quarto d’ora dopo le nuvole ripresero il sopravvento, ma ormai poteva pure diluviare.

 

Nei primi anni redigevo puntualmente schede sull’osservazione dei pianeti. Non mi curavo molto invece, di annotare le osservazioni per quanto riguarda il deep-sky. Mi bastava vedere ciò che mi prefiggevo, non indugiando neanche molto a scandagliare l’oggetto in questione. Con il tempo invece, ogni sessione osservativa fu più accurata ed accompagnata dalla stesura di un resoconto. Mi sono costruito così, un bell’ archivio, consultabile in ogni momento. Interessantissimo è confrontare osservazioni dello stesso oggetto a distanza di tempo e magari con strumenti diversi. Consiglio vivamente a tutti di annotare o disegnare ciò che osservano. Forse all’inizio sembra una perdita di tempo, ma invece non è così e sarà piacevole rileggere osservazioni di anni prima. Inoltre costruirsi un archivio risulterà utilissimo e testimonierà l’ impegno profuso. Bisognerà imparare a dedicare anche il tempo necessario per vedere bene l’oggetto sotto il nostro occhio. Galassie che mi sembravano tutte uguali e senza dettegli alle mie prime osservazioni, si sono poi “trasformate” in <allungate, con il nucleo stellare nettamente più luminoso>. Molti astrofili che cominciano ad interessarsi a questo campo, molte volte rimangono delusi per ciò che si vede all’oculare, ingannati dalle aspettative dopo aver visto le splendide fotografie dedicate a questi oggetti sulle riviste astronomiche. Fotografie molte volte scattate da telescopi professionali di enorme apertura o meglio ancora dal telescopio spaziale Hubble. Anche molte foto di astrofili preparati e attrezzati risultano splendide e ricchissime di dettagli. Ebbene, scordiamoci di vedere cose del genere. La fotografia è un conto, l’occhio associato a strumenti molte volte medio-piccoli è tutt’altra cosa. Dico questo per prevenire le cocenti delusioni appunto. Osservando la stragrande maggioranza delle galassie, noteremo una debole luminescenza in cui starà all’osservatore cercare qualche dettaglio in più. Talvolta la sfida è riuscire solo a notarne la luce. Ci sono oggetti che danno indubbiamente più soddisfazione, ma in tutti i casi resteranno molto distanti da come li avevamo visti in fotografia, senza per questo deluderci se ci saremo calati nella parte con la giusta mentalità.

 

Dopo un anno e mezzo decisi di accoppiare al rifrattore un secondo telescopio più potente, come ho già raccontato più sopra, scegliendo uno schmidt-cassegrain da venti centimetri di apertura. Sembra che questo sia uno dei telescopi più diffusi tra gli appassionati, abbinando un obiettivo abbastanza grande a un ingombro ridotto e a una buona versatilità. Con esso acquistai una serie di oculari di buona qualità, più una lente di barlow e un diagonale a specchio tra i migliori sul mercato. Avevo capito che a un buon telescopio andavano accoppiati buoni accessori. Basta un elemento ottico di scarsa qualità e le immagini si trasformano in confuse e deludenti. Mi è capitato con un prisma dato in dotazione proprio con il telescopio di cui ho appena parlato. mi dava immagini davvero pessime, vanificando la bontà dello strumento. Non voglio dire che servono sempre accessori e strumenti costosi per eseguire buone osservazioni. Certo se qualcosa dell’ottica è davvero di pessima qualità ha il potere di rovinare tutto. Naturalmente c’è chi non scende a compromessi e vuole il meglio. Nel nostro hobby però la qualità elevata si paga carissima e non molti se la possono permettere. Personalmente ho trovato buoni oculari di schema molto semplice e prezzo molto contenuto.

Ormai ero lanciatissimo e i sacrifici economici indubbi lo testimoniavano. Dovetti imparare a collimare lo strumento, cioè ad allineare le ottiche, che perdevano l’allineamento ideale causa qualche inevitabile colpetto allo strumento. Il rifrattore non aveva questo problema essendo le lenti dell’obiettivo incollate. La collimazione è un’operazione che incute un grande timore la prima volta che la si esegue. Tra l’altro, non abitando in città e comunque distante da centri specializzati, non mi potevo permettere errori. Se infatti avessi eseguito male l’operazione e non fossi stato in grado di rimediare avrei dovuto spedire lo strumento chissà dove per regolarlo e riaverlo chissà dopo quanto. Però, essendo un lavoro indispensabile da eseguire per avere immagini perfette, e da svolgere abbastanza di frequente, dovevo sicuramente imparare. Osservare con un telescopio scollimato è perdere più o meno significativamente in qualità delle immagini a seconda di quanto sono disallineati gli specchi. Lessi e rilessi un testo su come collimare il mio strumento e poi decisi di passare all’azione. Ci volle un bel po’ di tempo, ma l’operazione ebbe successo. Le immagini indubbiamente risultarono migliori e la paura di rovinare qualcosa mettendo mano al telescopio svanì. Sembra tutto un po’ romanzato, ma credo che la mia paura di “toccare” lo strumento sia la paura di molti. Bisogna però superarla perché prima o dopo le ottiche andranno riallineate. Quindi o si ha la fortuna di conoscere qualcuno che ci viene in soccorso, o per forza bisogna mettere mano al cacciavite, dopo essersi informati molto bene su come eseguire l’operazione.

 

Con il tempo, come ho già detto, capisci sempre più cosa ti interessa maggiormente e indirizzi le osservazioni verso quel settore. Importante è agire sul campo, fare esperienza diretta. Non farsi influenzare da mode o altro. Trovare stimoli e percorsi, fare programmi in base alle proprie capacità e motivazioni. Non finire di stupirsi. Mi è capitato, dopo una osservazione di una debole cometa cercata per ore senza risultati o dopo aver scrutato Giove o Saturno per giorni non riuscendo a cogliere che le solite cose, di rientrare a casa stanco e un po’deluso e pensare di aver ormai visto tutto. Il giorno seguente però, gli stimoli sono sempre tornati e con essi la voglia di scoprire con i propri occhi. Una nuova cometa ad esempio, è sempre qualcosa di fantastico. Magari alla fine ha l’aspetto di tante altre già viste, ma, specie alla prima osservazione, mi dà sensazioni uniche. E poi anche le cose già viste possono darti ancora emozioni. L’ennesima osservazione della grande nebulosa di Orione dopo molto tempo che non la osservavi ad esempio. O un eclissi, anche essa sempre uguale ma sempre nuova. Emozioni, sensazioni. Le ritengo indispensabili. Sono come benzina per un motore. Se mancano  credo caschi il presupposto che ci spinge a dedicarci a questa passione, che resta un hobby, non certo un lavoro.

 

Un cielo scuro, che fortuna!

 Abito in montagna, sulle dolomiti, a mille metri di quota. Tra l’altro la mia è un’abitazione isolata in mezzo al bosco. Mi basta quindi stazionare il telescopio sotto casa per poter disporre di un cielo ideale. A volte, leggendo riviste astronomiche con le lettere di astrofili, mi rendo conto di essere fortunato. L’inquinamento luminoso ha reso ardua la nostra attività ormai in troppi luoghi e trovare un cielo “solo” discreto è un impresa. Leggo dicevo, di appassionati costretti a sobbarcarsi lunghi viaggi in cerca di un sito buio o per forza di cose limitati nell’osservazione del cielo profondo. Spesso ho sentito dire che per osservare oggetti deboli vale più un luogo buio abbinato a uno strumento piccolo, che un cielo “cittadino” osservato con un mega-strumento. Quanto è vero! Sono quindi un “privilegiato”. Mi è capitato di vedere la via lattea e di scambiare le sue dense nubi di stelle per nuvole vere e proprie, capendo in seguito l’errore. Ho osservato la Elix Nebula, una tenue nebulosa planetaria di difficile osservazione con un telescopio, con un binocolo 10x50 e l’aiuto di un filtro appropriato “staccandola” benissimo dal fondo cielo. Lo stesso dicasi per la nebulosa Nord America osservata addirittura senza strumenti con la sola interposizione del filtro davanti all’occhio. Non ho invece a disposizione un orizzonte ampio né un seeing molto buono. Abitando in una valle montana l’aria è quasi sempre agitata e le montagne ti chiudono inesorabilmente la visione in molti punti. Spostandomi di appena una trentina di chilometri posso raggiungere i passi dolomitici più vicini “aprendomi” il cielo in tutte le direzioni o quasi. Però non lo posso fare spesso. Gli impegni familiari non me lo consentono. L’orizzonte sgombro da ostacoli quindi, un limite alle mie osservazioni. Si però… Mi sono chiesto molte volte se avrebbe lo stesso fascino veder spuntare venere all’orizzonte invece che da dietro la Civetta, maestosa vetta di 3218 metri. O ammirare una cometa in un luogo ampissimo invece che incastonata tra i monti. Credo forse di no. Allora mi tengo volentieri l’orizzonte così com’è. Dicevo prima di sensazioni ed emozioni. Eccone un esempio. A costo di perdere qualcosa dal lato osservativo. Per il seeing invece farei volentieri a cambio con altri luoghi. Pazienza! Non si può avere tutto no? Proprio per l’orizzonte chiuso ricordo di essere stato costretto a salire sul passo Falzarego, oltre duemila metri di quota,  per poter vedere gli ultimi oggetti Messier che mi mancavano. Era la notte tre il 23 e 24 giugno 2001. Avete presente; notte fonda, un cielo fantastico e uno scenario meraviglioso tra monti altissimi. Il silenzio più assoluto, rotto solo ogni tanto da una macchina di passaggio sulla vicina strada. Io da solo, anzi, in compagnia del mio binocolo e di un piccolo telescopio di 80 mm che avevo aggiunto ai due strumenti già posseduti per la facilità di trasporto. Una via lattea incredibilmente splendente dalle parti del sagittario. Marte luminosissimo non lontano da Antares, la stella più luminosa dello scorpione, che già con il modesto strumento a disposizione a cento ingrandimenti mostrava evidente una larga macchia scura. E poi via con il deep-sky. Sotto osservazione oggetti bassi che da casa mia non potevo vedere oltre ai sei obiettivi principali; i Messier mancanti.  M 6, M 7, M 69, M 70, M 54 e infine…< ORE 1.35. Spunta da dietro la montagna l’ultimo Messier. M 55 è vistosissimo già al binocolo o al cercatore. Di dimensioni considerevoli. A 40x si nota una certa granulazione. Con strumenti più grandi e ingrandimenti maggiori dovrebbe dare molte soddisfazioni.> Questo scrissi sulla scheda, che rimane per me storica stando a testimoniare di un piccolo-grande obiettivo raggiunto. Su quel passo non ci vado spessissimo, ma ne vale davvero la pena. Ti pare di essere in un'altra dimensione. Naufraghi dolcemente tra le meraviglie del cielo e quelle paesaggistiche. Sono sensazioni forti che restano.

 

Non ho per ora potuto condividere con altri la mia passione. Nelle mie zone non ci sono associazioni astronomiche vicine né conosco astrofili motivati. Peccato, perché sento il bisogno di confrontarmi con qualcuno, di parlare di astronomia scambiando impressioni ed esperienze. Sto attendendo che un planetario con strumento a disposizione venga aperto in un paese limitrofo. Speriamo sia da stimolo per invogliare qualcuno a entrare in questo mondo. La costituzione di un associazione sarebbe per me un sogno.

 

I miei  pianeti

 Essendo i pianeti, insieme alla luna, forse i primi oggetti che attirano l’attenzione di un astrofilo, e comunque tra i più affascinanti e ricchi di storia, , dedico loro un capitolo a parte, privilegiati nei confronti di tutto il restante osservabile. Tutto ciò che riporto di questi affascinanti vagabondi del cielo è frutto delle mie osservazioni dirette. Quindi, visto che ogni osservatore può essere più o meno abile di un altro, ognuno potrà vedere qualcosa in più o in meno. Il bello dell’osservare è passare dalla teoria dei testi alla pratica, rendendosi conto di persona delle cose.   

 

Mercurio:

pianeta che non si allontana mai troppo dal Sole e dal veloce orbitare intorno ad esso. Per questo è visibile per poco tempo a ogni elongazione massima ( quando cioè appare alla nostra vista alla massima distanza dall’astro diurno). Non si vede mai in un cielo molto buio. Al massimo in un crepuscolo avanzato.  Il migliore dettaglio osservabile è la sua fase. Infatti, essendo come Venere pianeta interno, mostra a seconda della posizione che occupa nei confronti della Terra e del Sole, la sua superficie illuminata percentualmente in modo differente. Qualche dettaglio superficiale resta prerogativa dei più esperti con a disposizione strumenti almeno medi. Io non ne ho mai visti. Quasi sempre osservarlo è molto difficoltoso, causa la scarsa altezza sull’orizzonte che non consente mai di avere a disposizione un seeing almeno discreto. Aggiungo che il suo disco è sempre più o meno di piccole dimensioni. Mettendo insieme tutto si capisce la difficoltà di scrutarlo al telescopio trovando dettagli. Da casa mia mi è impossibile vederlo, causa l’ostruzione dell’ orizzonte sia est che ovest. Quindi per vederlo mi è sempre toccato spostarmi salendo di quota per avere quella profondità sufficiente a trovarlo. Per fortuna spesso è piuttosto luminoso e pertanto più facilmente localizzabile. Vederlo anche solo a occhio nudo mi ha sempre affascinato, incorniciato tra le vette dolomitiche. Dicevo che da casa mia non posso mai vederlo; questo a occhio nudo. Infatti più volte l’ho trovato, non senza difficoltà, in pieno giorno partendo dal Sole e impostando la differenza di coordinate grazie alla montatura equatoriale con i cerchi graduati. Anche osservandolo di giorno, alto nel cielo, le difficoltà sono comunque quasi le stesse delle osservazioni serali. Il motivo sempre quello: la turbolenza atmosferica, in questo caso diurna, dovuta all’irraggiamento solare.

 

Venere:

pianeta luminosissimo! Il più luminoso di tutti. Sapendo dove cercarlo e avendo a disposizione un cielo terso, lo si può vedere bene a occhio nudo in pieno giorno. A me è capitato più volte. Venere è di più comoda osservazione di Mercurio perché si allontana maggiormente dal Sole e verso la congiunzione inferiore si presenta di dimensioni molto buone. Impossibile non notarlo in un cielo anche solo un po’ buio. Mostra le fasi e dettagli della sua atmosfera (è infatti ricoperto da spesse nubi che celano la superficie) in modo più marcato di Mercurio. Però se le fase è facile da vedere (anche al binocolo quando si presenta molto ridotta), i dettagli atmosferici sono talmente poco contrastati che riconoscerli non è affatto facile anche con l’ausilio di filtri. Io stesso dopo cinque anni, pur non osservandolo con assiduità e comunque concentrandomi maggiormente a stimare la fase, nonostante l’esperienza fatta non posso dire di aver visto in modo soddisfacente particolari atmosferici. Un momento spettacolare e interessante per l’osservazione è la congiunzione inferiore, quando è posto tra noi e il Sole, prospetticamente molto vicino a esso, e i giorni immediatamente prima e dopo. La fase è ridottissima e le cuspidi si allungano in modo netto. Purtroppo la vicinanza al Sole rende difficoltoso questo momento, ma con pazienza ed esperienza lo si può gustare in modo soddisfacente. Io ne ho viste due e devo dire che gli sforzi fatti sono stati ripagati da splendide e interessantissime osservazioni. Anche intorno alla dicotomia, ovvero quando l’illuminazione copre giusto metà del pianeta, è interessante puntare il telescopio. Infatti quella calcolata differisce sempre da quella reale e di questo me ne sono reso conto di persona. .

 

Marte

Il pianeta rosso. Famosissimo ma molto difficile da osservare al telescopio. Se a un amico digiuno della mia passione faccio vedere Giove o Saturno, riconoscerà subito dettagli evidenti dei due pianeti. Se provo con Marte, al novanta per cento, mi dirà di vedere solo una stella rossa. Infatti, i suoi famosi “mari”, le sue calotte e tutti i suoi dettagli, sono poco contrastati e necessitano di ore di allenamento per poter essere riconosciuti. Bisogna poi aspettare condizioni favorevoli per poter vedere tutto questo. La prima è il disco di dimensioni sufficienti (quando la vicinanza Terra-Marte è buona, e questo si verifica soprattutto nelle grandi opposizioni, ogni dodici anni). Naturalmente lo si osserva anche in opposizioni più sfavorevoli, ma essendo più lontano da noi il suo disco può essere notevolmente più piccolo e quindi più difficoltoso da scrutare. La maggior vicinanza o lontananza di Marte dipende dalla sua orbita fortemente eccentrica , che lo fa incontrare con la Terra in punti differenti dove le distanze sono molto diverse. Le grandi opposizioni sono si favorevoli per le dimensioni del disco ma però sfavorevoli per noi italiani soprattutto del nord, perché si verificano con marte molto basso sull’orizzonte e di conseguenza con probabili problemi di cattivo seeing. Ricordo le due opposizioni viste finora . Nel 1999, come ho già raccontato, con un disco piccolo ma il pianeta discretamente alto riuscii a vedere molto e fui soddisfatto, considerato anche il fatto che ero alle prime armi e appunto all’ esordio con il pianeta rosso. Nel 2001, con disco molto più grande ma Marte molto più basso, non vidi che pochi dettagli in maniera confusa, causa un seeing sempre pessimo. Mi smontai presto, non dando più le dovute attenzioni a quel punto rossastro e molto luminoso, che però mi rapiva quando il mio sguardo volgeva a sud incontrandolo. Marte resta osservabile per alcuni mesi a cavallo dell’opposizione, dopodiché bisogna aspettare circa un paio di anni per quella successiva.

 

Giove

Senza dubbio è il pianeta che sul piano osservativo dà più soddisfazione per la grande quantità di dettagli osservabili. Già a occhio nudo spicca tra le stelle per la sua luminosità elevata. Con il binocolo, come ho già detto, si vedono le sue quattro lune principali. Con un telescopio anche solo di media potenza risultano visibili moltissimi dettagli della sua turbolenta atmosfera. Dalle due bande equatoriali, sempre facilmente osservabili, ad altre bande e fasce meno evidenti. Poi festoni, condensazioni e soprattutto la grande macchia rossa, che è il particolare che mi ha sempre attirato di più. Non è facilissima da vedere con strumenti medio-piccoli. Essa varia di intensità con il tempo e pertanto la si può trovare più scura e quindi meglio visibile o chiara e molto difficile da “staccare” dall’ovale chiaro che la contiene, anche con telescopi più grandi. Altri dettagli visibili ci sarebbero. Troppi per descriverli tutti. Importante è sapere che tutto ciò che si osserva non è immutabile e che può variare a distanza di poco o anche pochissimo tempo. Quindi uno studio prolungato può svelare cambiamenti che un osservatore occasionale non può notare. Impressionante su Giove è seguire il movimento dei particolari osservabili. In poco tempo si nota chiaramente il loro spostamento. Interessanti e spettacolari i fenomeni a cui danno luogo i satelliti principali, che possono sparire o comparire dietro giove (occultazione) o essere eclissati dallo stesso pianeta. Ci sono poi i transiti sul disco sia del satellite che della sua ombra. Un autentico spasso per l’osservatore planetario.

 

Saturno

Se Giove è il più soddisfacente sul piano osservativo, Saturno è il pianeta che alla prima visione, e non solo, ti lascia senza parole. Naturalmente quando i suoi anelli sono aperti sufficientemente. Davvero un qualcosa di diverso da tutti gli altri suoi compagni. Passato l’effetto, si mostra però molto meno ricco di dettagli di Giove. Ho cominciato a seguirlo in una fase in cui gli anelli erano già abbastanza aperti, (a seconda della sua posizione nell’ orbita intorno al sole Saturno mostra gli anelli più aperti o più chiusi o addirittura quasi invisibili quando ci appaiono di taglio. Anche gli emisferi si rendono meglio visibili alternativamente) e negli anni la loro apertura è incrementata fino a raggiungere il massimo. Su Saturno ho visto quindi il sistema anulare, formato da tre elementi distinguibili al mio telescopio, la divisione di Cassini, un filo nero che divide in due gli anelli, l’ombra degli anelli sul globo e quella del globo sugli anelli, la zona equatoriale e una banda equatoriale, oltre a qualche disomogeneità di luminosità. Individuati questi particolari non ho più notato niente di nuovo. Cosicché nel tempo non ho praticamente aggiunto nulla a quello che già avevo visto. Insomma, un pianeta piuttosto statico. Naturalmente potrebbero comparire sorprese tipo macchie chiare in transito sul disco, e monitorare saturno è consigliabile in ogni caso. Io non ne ho mai viste. Ho cercato con impegno la divisione di Encke, particolare molto difficile, non riuscendo però ad individuarla. Ho visto invece sette lune: Teti, Dione, Rhea, Titano e Giapeto, non difficili ma con dei distinguo ( Titano l’ho osservato anche al binocolo.) Encelado, invece è difficile per la vicinanza agli anelli quando sono aperti, come nel mio caso. Ultimo, Iperone, primo invece per difficoltà, debolissimo e al limite per il mio telescopio. Sicuramente è stata una delle osservazioni più incredibili da me svolte. Una sfida vinta. Saturno: vale sempre la pena di puntarlo con un telescopio.

 

Urano

Poche parole per questo lontano e debole pianeta. A parte il fascino di rintracciarlo fra le stelle, già comodamente con un binocolo, a livello osservativo non ho mai notato nulla più del suo colore verdognolo. Si nota invece chiaramente, ad alti ingrandimenti, che non è certo paragonabile a una stella. Ho cercato le sue due lune più luminose (si fa per dire visto che sono debolissime) Titania e Oberon, senza risultati (per ora). Sarebbe un autentica impresa riuscire a vederle, tenendo conto della poca distanza apparente dal pianeta e appunto la debolezza che le rende al limite per il mio schmith-cassegrain da 200 mm.

 

Nettuno

Praticamente vale il discorso fatto per Urano. Il suo colore è però azzurro ed è leggermente meno luminoso. Anche su Nettuno ho cercato invano una luna, Tritone. Le difficoltà per localizzarla sono le stesse delle lune di Urano.

 

Plutone

Ed eccoci all’ultimo. Primo però per difficoltà. Brilla di magnitudine 13,7 ed è quindi anche esso al limite per il mio strumento. Si perde in un mare di stelline e rintracciarlo non è affatto facile. Occorre una cartina dettagliatissima, un buon seeing, un cielo perfetto, un’ottima vista e molta, moltissima pazienza. l’identificazione di questo remoto pianeta necessita il più delle volte di molto tempo. In quei casi è un osservazione snervante. Te lo vedi comparire per pochi istanti e poi più niente. Un autentico fantasma. Ti domandi se te lo sei sognato. Ma poi ricompare per un altro attimo e avanti così, finché hai la conferma, vedendolo più volte, che non ti puoi essere sbagliato. Insomma un osservazione estrema. Mi ricordo quando lo cercai le prime volte, non avendo idea di cosa fosse un puntino luminoso di quella debolezza. Naturalmente la tecnica era sempre quella di disegnare le stelle della zona dove il pianeta si trovava e al successivo controllo vedere quale si fosse spostata. Fallii proprio perché lo cercavo credendolo si debole, ma mai quanto poi avrei imparato in seguito fosse. Quindi i candidati erano tutti troppo luminosi. Con il tempo subentrò un po’di scoramento e  cominciai a pensare di non poterlo raggiungere. Non mi arresi. Approfittando di punti di riferimento vicini e ben visibili oltre a una cartina molto dettagliata, cosa che prima mi mancava, una sera individuai un flebile puntino proprio dove la carta riportava la posizione di Plutone. Talmente flebile che lo si notava solo con sguardo distolto (posando cioè lo sguardo un po’ di lato e facendo in questo modo lavorare la parte più sensibile dell’occhio in quelle condizioni)  per pochi istanti ogni volta. Mi segnai accuratamente le posizioni delle stelle e del possibile pianeta. Le bizze del tempo non mi aiutarono e potei ricontrollare una settimana dopo. Non vidi più il candidato Plutone dove lo avevo individuato. Ottimo quindi. Essendosi spostato voleva dire che avevo fatto centro. Il cielo non era però purissimo e per scrupolo tornai in zona la sera successiva. Però anche in quell’ occasione non ci furono le condizioni ideali. Il cielo era molto buono ma per questo tipo di osservazione serve la perfezione. La Luna con il suo chiarore, nelle serate successive, mi impedì di avere una conferma o meno sull’esito sulla mia caccia. Circa un mese dopo, con il cielo tirato a lucido, ebbi finalmente quella conferma!!! Era proprio Plutone quel puntino che avevo visto e che ora non c’era più. Lo cercai nella sua nuova posizione e lo individuai ancora. Ricontrollando la sera successiva notai il suo spostamento. Una grandissima soddisfazione. Ora avevo visto tutti i pianeti del sistema solare. Nonostante la difficoltà e la magra soddisfazione osservativa (ripeto, non si vede altro che una debolissima stellina), Plutone è ogni anno tra i miei obiettivi.  Ho speso più parole per questo remoto pianeta che per Giove o Saturno, e questo la dice lunga sul fascino e l’emozione che mi provoca il fatto di inquadrarlo nell’oculare.

 

…e il viaggio continua

 

Quale potrebbe essere una degna conclusione? Forse quella di proiettarmi nel futuro. Ciò significa infatti entusiasmo e voglia di scoprire intatti, con in più l’esperienza fin qui acquisita. Andrò sicuramente incontro a una nuova fase. Dopo aver visto centinaia tra oggetti e fenomeni è inevitabile. Non più le emozioni e le sensazioni dei primi anni,  ma sicuramente altre, diverse. Magari otterrò risultati più sostanziosi e rilevanti, abbandonando un po’ di contemplazione per sostituirla con lo studio più serio. Credo sia un’evoluzione che ci può stare se si desidera crescere. Una pagina tutta da scrivere. Da vivere. Il viaggio continua. Destinazione stelle.

Claudio Pra

 

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